Riflesso automatico

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Le scacchiere sono storie di orizzonti controllati. Danno quel senso di movimento, ma fino ad un certo punto; cioè è come se tutto avvenisse in uno spazio ben limitato dove si è fatto tutto il possibile per azzerare il rischio del procedere. Perché è questa la sensazione (e forse il motivo per cui affascinano).
Qualcosa  che ricorda  il motivo per cui Roma costruiva le città ponendo come base il cardo e il decumano, con gli auguri -i sacerdoti che riuscivano ad interpretare gli dei- che definivano quale fosse il luogo che emanasse le energie più benevoli. 

A pensarci è come se la mattina ci svegliassimo con l’intento di costruirci intorno un recinto.

Viene in mente la fotografia vincitrice dell’ultima edizione del Mia (la fiera dell’immagine). Intendo con le dovute differenze, perché gli scacchi sono l’allegoria dell’uomo che si muove nel mondo attraverso la relazione cuore/cervello. (Il gioco, di origine indiana, fa muovere le pedine su quello che per loro è un mandala, il quale costituisce il tracciato base di un tempio o di una città.)
Mentre l’immagine di Malena Mazza è l’esatto opposto: ‘l’eccesso’, dunque la spirale del non averne mai abbastanza. Però se si guarda dentro l’ingordigia, appare il tentativo di arrivare alla pienezza. 
Come se, in questo caso il cibo, gli status simbol, la ricchezza, fossero il tentativo di arrivare alla pienezza. Come se fossero la droga che consente di raggiungere l’infinito. 

Questa cosa fa pensare. 

Perché è come se la libertà agisse come un movimento automatico, un riflesso incondizionato, a prescindere che ci si renda, o meno, conto che siamo nient’altro che funamboli. 

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