Intrighi di parole. (Il dubbio ci salverà)

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(Segue da: ‘Intrighi di parole. 1- Basterà una tecnologia?’).

Cos’è la verità? Ed è veramente possibile vivere in una società in cui la manipolazione non esiste?

Studi di psicologia sociale e microsociologia hanno dimostrato che la manipolazione dell’altro è nel nostro dna. Tutti vorrebbero controllare le impressioni che gli altri hanno di noi. Tutti vorrebbero volgere qualsivoglia situazione a proprio vantaggio.

Per non parlare del fatto, che qualunque legge, è una legge statistica ed anche la più certa, solo modificando appena la domanda di partenza, può diventare falsa.
Roberto Battiston,  un fisico sperimentale, tra i maggiori esperti di raggi cosmici; diceva, in una conferenza ted, tutto quello che oggi sappiamo dello spazio, serve a ricominciare da capo.
Carlo Rovelli, nel suo ultimo libro ‘Helgoland’ – che diventerà una serie tv– dice che le cose di per se’ non esistono e che conosciamo la realtà sempre in relazione a qualcos’altro.
L’entanglement (il fenomeno per cui due particelle inizialmente interagenti continuano a condizionarsi pur se tra loro ci grande distanza), per il fisico, sarebbe un affare a tre. Noi e l’oggetto, l’oggetto rispetto agli altri oggetti: perché, pare che anche loro si influenzino a vicenda.

Qualche anno fa al festival della filosofia di Modena, il Prof. Curi aveva tenuto una lezione sul concetto di verità, usando il Mito della Caverna di Platone.
Immaginate un gruppo di uomini legati sul fondo di una grotta. Persone che possono vedere solo le ombre che, dall’esterno, per un gioco di luci si proiettano sulla parete. E che non hanno mai visto la luce avendo passato tutta la vita nella caverna. Ma poi succede che qualcuno si libera, esce, ed invece, di scappare guadagnandosi la libertà, torna nella grotta per raccontare agli altri cosa ha visto. Perché se non si fosse confrontato non avrebbe avuto la certezza che quello che ha visto è vero. A dispetto del rischio che gli avrebbero dato del pazzo.
La conclusione di Curi fu che la verità è un processo.


Le parole non sono tutte uguali.
I sociologi definiscono simboli chiave quelle, i cui significati, caratterizzano un gruppo di persone. In pratica sono gli stereotipi. E se li prendessimo e li aprissimo come un regalo di Natale, dentro ci troveremmo: le credenze e gli aggettivi che definiscono il pensiero di una cultura. Come:
– Filippo “il bello”, Lorenzo “il Magnifico”;
– gli archetipi (cioè le conoscenze ancestrali, i significati che attribuiamo alle parole luce / ombra = positività, bene, chiaro / buio, negatività, male.)
Poi,ci sono le credenze; religiose, personali, politiche e via così.
Questo significa che pensiamo per stereotipi.
Tra l’altro sarebbe impossibile farne a meno, considerato che le nostre opinioni si basano su conoscenze, che se fossero dirette, non basterebbe una vita a farsele. Ma gli stereotipi hanno un lato oscuro, un ombra che copre le paure più profonde di ciascuno. Infatti permettono di aderire al pensiero dominante. Il problema è che i vantaggi sono tanti: garanzia del rispetto altrui, non doversi esporre in prima persona, l’accettazione del gruppo. (Notate quanti ormai rispondono con il silenzio. A chiedersi cosa nasconda questa supposta superiorità c’è la volontà di non esporsi, mantenere una parvenza e fare quello che conviene; non quello che si ritiene giusto.).

Ma c’è una luce in fondo a questo tunnel, che sembra non avere via d’uscita: il dubbio. Uno stato mentale che si traduce nel percepire il mondo con un certo distacco; perché i fatti possono essere in un modo ma anche in un altro. L’importanza di guardarsi da ogni sensazionalismo; il dubbio come imperitura star di ogni conoscenza. Elisabetta Guida