Il potere degli oggetti: le ceramiche di Julie Spako

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Non amo i musei e  tutta quell’ atmosfera intellettuale che gira intorno. Ma, al Rijksmuseum di Amsterdam, si è appena chiusa una mostra sulla ritrattistica del secolo d’oro, che non è stata ‘il solito’. Si è trattato più un indagine su come sia praticamente impossibile,  fare attraversare il tempo, ad un idea di identità. Oggi come ieri, si modifica la propria immagine per riuscire ad incarnare un ideale.  Ma col passare del tempo, cambia tutto. Ritratti che si fecero per essere tramandati nel futuro, e con un determinato scopo, diventano incomprensibili persino agli storici. O peggio, prendono un altro significato; come se si avesse cominciato a parlare una lingua diversa. 

Se si prova a ribaltare questo discorso su una città, anche dimenticando tutto quello che non sia  l’adesso, si vede che sono come noi, corpi complessi.


Penso a New York con le sue tante anime. Eppure, per quanto mi riguarda, il suo minimo comun denominatore è la terra. O meglio, i piatti di terracotta di Julie Spako della collezione New York, sono New York, più di una qualsiasi fotografia. Sarà che danno quella sensazione di semplicità/ complicazione, di ‘tutto da fare’, quasi contadina, come questa città: al di là di qualunque lusso ci trovi davanti -per me lo spirito di New York è quello ‘Follie di Brooklyn’ di Paul Auster-. E a proposito, anche le ceramiche  di Julie Spako sono una combinazione di forme semplici e disegni complessi -dice: sono ispirati ai ricami-. D’altra parte, questa artista, ha deciso esprimersi attraverso i piatti e la creta perché il suo punto è la relazione tra la storia’ che racconta un oggetto e l’interazione con la vita quotidiana. Quindi forse la magia ‘dell’identità in un piatto è proprio questa. 

Rimane che è come  se la terra fosse la pelle di una città. (Un pensiero che ricorda l’uva e il vino).

Curioso che a Parigi si siano inventate  porcellane fatte con la terra della Senna. La pedologia, la scienza che studia il suolo, racconta che la composizione della terra dipende dalle piante e dai fiori che crescono, oltre che dalla luce, dalle rocce e dall’acqua. È il risultato di un ecosistema ed ogni luogo, sul nostro pianeta, ha il suo. Ma non tutta la terra ha le proprietà necessarie  che ne  consentono la lavorazione. Così l’ho contattata per chiederle che tipo di argilla usa e qual’e’ la sua relazione con New York.

Julie mi ha svelato, intanto, che il nome ‘New York’ alla sua collezione è stato frutto di un errore di battitura , intendeva ‘New Work’, e poi che l’argilla arriva dal Texas, precisamente da Austin, dove abita (ma è nata nello stato di New York).

Dunque, solo una serie di coincidenze? Avete presente quella favola russa… di un naso che cercava il suo proprietario? Sembra che la collezione New Work/ New York l’abbia trovato.

Elisabetta Guida

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