Coltivare il deserto. (La Dubai Design Week)

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È strano.
La Dubai Desert Conservation Reserve è un luogo protetto, grande più di duecento chilometri, volto a preservare l’ecosistema del deserto e le origini di Dubai.  A tal fine, sono stati introdotti animali in via di estinzione; piantati 6000 tra alberi ed arbusti per ricreare l’habitat perfetto e, al centro di ogni attività e permanenza nella riserva, un resort di lusso che appare come un vero accampamento berbero.
Eppure Dubai è una città in continua evoluzione.
Molti dei progetti presentati alla settimana dedicata al design hanno girato intorno all’agricoltura.

Mazihar Etehadi, del Design Institute and Tecnology, ha inventato un robot capace di  seminare il deserto, analizzare la terra ed individuare le parti di terreno più fertile (e che, naturalmente, si carica di energia solare di giorno, per poi lavorare tutta la notte). A chiedergli come gli sia venuto in mente, visto che si è specializzato nel fashion, risponde che le due cose: cioè bellezza e sviluppo, vanno insieme e che quello che vorrebbe fare è rendere la vita delle persone più facile.

Mentre il laboratorio di architettura libanese Bits to Atoms ha presentato il progetto di una casa dei semi , fatta, trasformando la carta riciclata in un materiale tanto resistente, da resistere a diversi temporali e in seguito sciogliersi per diventare parte del nutrimento della terra. La forma è quella delle case dei piccioni viaggiatori (animali che sono la passione del mondo arabo), ma il punto è: una casa per i semi, in un paese che importa il 90% dei prodotti alimentari. E, a proposito, bisogna dire che qualche mese fa, una start up norvegese, è riuscita a creare una particolare mistura di acqua ed argilla che renderebbe possibile coltivare, nel deserto, angurie e zucchine.

Ma, di fatto, Dire ‘coltivare il deserto’ significa modificare completamente il paesaggio. Si aggiungano gli studi sul fare della sabbia un possibile materiale da costruzione.

In tutto questo, la stranezza, di cui parlavo all’inizio dell’articolo è il cambio di prospettiva. Cioè, se l’abitudine porta a pensare ad uno sfruttamento del suolo senza troppo rispetto salvo qualche area protettala, il modo di porsi di Dubai a più a che fare con il cambiamento e con l’identità. 
Penso alla scelta degli Emirati Arabi Uniti di utilizzare i clamori della design week per fare conoscere AIUla, una zona desertica, un tempo oasi verde, abitata dall’antico popolo dei Nabatei. (Tra l’altro il governo sta investendo nella ricerca archeologica ed oltre a Hegra sono state trovate abitazioni antichissime). Oppure all’installazione dell’architetto egiziano Ahmed Sharabasssi premiata dalla commissione Abwab. Un lavoro che simula le onde del deserto e associa il cambiamento ambientale con l’evoluzione della città. O, ancora, allo spazio che si è dato ai progetti piuttosto che alle persone.
Certo,  avendo seguito la settimana via web non ho avuto il rumore degli uffici stampa, così quello che mi è parso di vedere della Design week di Dubai è stata: innovazione, cultura e semplicità. Una città che vuole stare ad ascoltare e farsi scoprire. Capire cosa ha a disposizione e riprogettarsi. Elisabetta Guida

Ps – mentre stavo decidendo se inserire o meno AIUla nell’articolo. mi è arrivata un comunicato di una compagnia aerea, Flynas, che fa voli low cost su questa parte del paese. Incredibile sincronia. 

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