Anche gli alberi hanno il loro capodanno

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In Israele è rimasta viva una bella tradizione. Un tempo dopo che si era terminato il raccolto e pagato le tasse si usava piantare un albero. Oggi questa festa è detta: il capodanno degli alberi, “Tu’Bishvat”.
Un’idea che arriva da molto lontano. La più simile e quella che avevano i Celti, per cui associavano gli alberi alla donna intesa come simbolo di fertilità. Ma la più curiosa e quella che racconta uno sciamano Yanomami di una popolazione indigena che vive in Amazonia. Per loro, se si sradicano gli alberi, il cielo cade sulla terra ed il nostro mondo finirà.


Tra l’altro ogni tipo di albero ha una storia.

Ci sono gli ulivi sacri per la Grecia (sapevate che le sue radici si rinnovano continuamente?), ma anche per Roma. Se fossimo un ambasciatore di qualche imperatore, inviato in un paese lontano, ci ritroveremmo con un ramo d’ulivo, avvolto in una stoffa di lana, tra le mani, per rassicurare tutti che saremmo arrivati in pace.
Anche in Israele a Tu’Bishvat si piantano ulivi, e lo stesso hanno fatto a Milano, Visit Israel e l’associazione Nocetum, la scorsa settimana.

Certo, poi ognuno pianta quello che gli pare, che sia un fiore o una quercia, l’idea è festeggiare gli alberi.

Per esempio cinesi e giapponesi amano i pini e ce ne sono più di 100 varietà. Ma la più vecchia di tutte, sulla terra, vive negli Stati Uniti, esattamente in Nevada, è il pino ‘dai coni setolosi’ che solo il nome fa immaginare una creatura magica e antica. I miti raccontano queste piante evocano l’eterno ritorno.

E la palma da dattero (si chiama così perché le fronde assomigliano al palmo di una mano) non è da meno. La leggenda della fenice che risorge dalla sue ceneri e nata sotto questo albero, merito della varietà egiziana della palma che, all’alba, fa cadere il polline e nell’aria si forma un pulviscolo.

Ma parlavo di querce. Prima dell’anno mille ce n’erano così tante che Giulio Cesare raccontò che esistevano tribù germaniche che non avevano mai visto la fine di una foresta di quercia. Pare che le ghiande di quest’albero abbiano nutrito l’umanità prima che inventassero l’agricoltura.

C’è da chiedersi perché associamo agli alberi il simbolo della vita? Forse per un sapere inconscio? Alla fine si potrebbe parlare del potere degli archetipi. Certo, ciò presuppone l’esistenza dell’inconscio collettivo, che secondo Jung rappresentava una sorta di contenitore psichico universale.

A proposito c’è una storia, riguardo noi, gli alberi e la vita. Si tratta delle Yakshi, una ninfa che incarna la forza vitale che attraversa tutti gli esseri viventi. Secondo una versione avrebbe un ruolo decisamente benevolo rappresentando l’abbondanza e la dispensatrice di grazia. Ma i testi più antichi definiscono queste ninfe creature malefiche che imprigionavano le persone nel loro desideri e li costringono a reincarnarsi.
Ed effettivamente solo chi desidera e’ vivo.

Morale: evviva Tu’Bishvat! Ma prima di chiudere l’articolo, una cosa curiosa riguardo questa festa. Nei giorni in cui cade è vietato manifestare la ‘tristezza’!
Elisabetta Guida


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