23 Gradi e mezzo

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Nel 1963 uno scienziato rinchiuse uno scoiattolo in una stanza dove non poteva entrare la luce ed era impossibile avere la percezione del passare del tempo. Il povero animaletto (non facciamole più queste cose),  mangiò e conservo’ una temperatura corporea di 37 gradi. Poi ad Ottobre, anche in assenza di qualunque elemento esterno, andò in letargo, cinque mesi dopo si svegliò e ricominciò a mangiare. Il suo legame con la natura era indissolubile.
Ed anche il nostro lo è. I nostri organismi sono dominati dai cicli circadiani. Si è scoperto che immagazziniamo nel fegato più o meno glicogeno in base alla stagione. Diverse statistiche raccontano come il tasso di suicidi, psicosi e ulcere cambi a seconda del periodo dell’anno. La nostra temperatura corporea  si modifica di uno o due gradi a seconda del momento temporale in cui stiamo vivendo.
Il segreto del meccanismo che ci regola sta in 23 gradi e mezzo. Vale a dire l’inclinazione dell’asse di rotazione della terra rispetto al sole. Infatti se il nostro pianeta fosse perfettamente perpendicolare non ci sarebbero le stagioni (e magari… neppure la percezione del tempo come lo intendiamo).


Oggi, la maggior parte di noi sembra avere perso la consapevolezza di questa profondissima connessione.E se bastasse, semplicemente, ricordare? 

A proposito La Danimarca, alla Biennale di Architettura di Venezia, ha ideato un percorso che è una ‘suggestione’. La protagonista è l’acqua ed Il progetto è un percorso dentro il ciclo della vita.
Non c’è niente da guardare o pensare, nessuno spettacolo. le tubature corrono intorno al padiglione danese e si vedono all’esterno della struttura, le cisterne che raccolgono l’acqua, all’esterno, sono visibili. L’edificio ha volutamente un aspetto grezzo. Nel padiglione danese bisogna sentire.
Intanto su tutto, il rumore dell’acqua, lo sentirete scorrere in testa, scendere sulle spalle… sciogliere le seccature del mondo e trasportarvi in un’altra realtà tra piante di limoni, fluttuazioni climatiche, ed una chicchera di tisana fatta con le foglie di questi alberi. Parte del padiglione è allagato, il pavimento, che arriva da una vecchia palestra, è diventato una grande piattaforma galleggiante. L’idea è sperimentare l’acqua prima della vita: forte, incontrollabile, poetica. Le pareti sono da toccare, ricoperte di stoffa per fare contrasto con la vista un po’ cruda del padiglione. 


Lene Tramberg, l’architetto che ha creato il progetto, pensa all’architettura come a qualcosa di sempre connesso con la natura. Mentre, la curatrice, Marianne Krogh, ha una vera e propria specializzazione nel progettare esperienze. Infatti ha lavorato per lo studio Olafur Eliasson –l’architetto, nella Turbine Hall della Tate Modern ha creato l’illusione del sole, per dare un’occhiata: qui-. Entrambe, con questa installazione hanno provato a rispondere alla domanda: “come creare una nuova connessione, non solo tra noi, ma con tutti gli esseri viventi”?. 

Funzionerà? Chissà… se la sede della memoria è il cuore si.
(Per provare sulla propria pelle: padiglione danese alla biennale di Venezia. C’è tempo fino al 21 novembre). Elisabetta Guida

Fonti:
Richard Heinberg, I riti del solstizio, Edizioni Mediterranee.
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