Una storia di luce (naturale) e di mattoni

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C’era una volta a Charlottesville una casa di mattoni rossi un po’ meno antica della città. Infatti fu costruita nel 1843, nell’area dello shopping della città. Era un edificio buio, a destinazione commerciale, con uffici claustrofobici ed  un attico adibito a magazzino. Poi c’è stata la riqualificazione dell’area, la strada principale dove ormai vi gravitano 120 negozi e 40 ristoranti è diventata pedonale. A cui è seguita la ristrutturazione della palazzina. Ma questa è una storia che si incrocia altre storie e si può raccontare solo attraverso gli elementi che la caratterizzano.

Dal punto di vista della luce.

L’idea dello studio Bushman Dreyfus Architects è stata quella di utilizzare la luce naturale potendo approfittare della doppia esposizione;  da una parte il viale alberato, dall’altra la piena esposizione. All’interno hanno creato un palcoscenico dove luce ed ombra si rincorrono, tra scale immateriali, stanze segrete che nascondono la cucina ed il bagno, le quali appaiono e scompaiono. Ma sopratutto l’ambiente non è mai uguale a quello di un attimo prima. Poi tutto l’arredamento, il senso di naturale. Ecco questo è il punto: il naturale. Perché una casa si arreda fondamentalmente con la luce.

(E non è questione di scegliere una lampada piuttosto che un altra (molte sono oggetti d’arte, veri e proprie elementi d’arredo) ma proprio ‘quale luce’ e ‘come’. Un po’ come se potessimo dipingere l’immateriale che sta attorno. Nella religione ebraica non si può chiamare Dio per nome, il motivo è che le parole hanno il potere di creare e così facendo creeremmo Dio. Beh, se l’esposizione non aiutasse  oggi possiamo riprodurre la luce che vogliamo.)

Dal punto di vista dei mattoni rossi.  

Bisogna tornare al 1843, all’epoca in cui fu costruita la casa, e  poi, ancora prima, all’inizio di tutto all’epoca delle 13 colonie della Gran Bretagna sulla costa orientale degli Stati Uniti. Perché la storia dei mattoni rossi è come quando si dice che “i quarant’anni sono i nuovi 20”. Frase infelice, lo so, come se fosse l’età a riuscire a determinare quanto è giovane una persona. Forse è più corretto parlare di cicli finiti, porte del tempo chiuse e via così.

Comunque, Charlottesville si chiama così per via di Sofia Carlotta di Meclemburgo, regina consorte di Giorgio III. Ma il 4 luglio del 1776 gli Stati Uniti dichiararono l’indipendenza . E se prima il mattone era edilizia coloniale poi divento un materiale assolutamente americano. Tanto che a Boston, nel Massachusetts, un sentiero di mattoni rossi serpeggia per circa 4 chilometri tra le strade della città, è il Freedom Trail, un passaggio verso l’anima dell’America. Il balcone da dove è stata letta la dichiarazione di indipendenza, o quello dove è stato fatto il primo discorso contro la schiavitù e via così. Insomma magie dell’architettura che trovo disegni il mondo intorno come fa l’illustrazione o qualsiasi altra cosa si usi per esprimersi… solo un po’ più ingombrante. Ma tornando a Charlottesville, vero che questa casa ha tutto un altro sapore a conoscerne le storie? Elisabetta Guida

(Mi sono innamorata dello studio di architettura! http://www.bdarchitects.com/)

Dietro l’articolo: 
– L’idea iniziale era centrare l’articolo su luce naturale e luce naturale ricreata.

  • Thomas Jefferson ha abitato a Charlottesville, la sua casa a Monticello si basava sui modelli palladiani. La sua idea era riprendere il classico ma soprattutto creare uno stile americano che rompesse gli schemi dell’architettura coloniale. L’edilizia pubblica richiama gli elementi architettonici  greci perché l’ispirazione della nazione è l’antica democrazia ateniese .

@filopapouHill