Scommettere su un mobile: pezzo unico o design editoriale?!

Share


Sincronia: pochi giorni dopo che Moroso mi scriveva di un suo progetto che discuteva di design editoriale e design autore, alla Duch Design Week era in programma un dibattito su arte e pezzi di unici che avevo visto protagonista  Maarten Baas.
(Giusto per capire chi è questo designer: suo è l’orologio all’aeroporto Shipol di Amsterdam e la sua tesi di laurea ha consistito nel creare pezzi di arredo usando legno bruciato, materiale che ha reso perfettamente utilizzabile e duraturo.)


Allora a chiedersi quali siano gli esatti confini tra design d’autore e design editoriale credo che ci sia  da pensarci su. Voglio dire il design d’autore è il pezzo unico al mondo. Il design editoriale è quello delle case di produzione (Moroso, Zanotta, Nemo ecc… ) che funzionano proprio come fa la Mondadori (a proposito che edizione meravigliose… si vede che il mercato si è spostato sul digitale, ormai il libro è un oggetto) o la Feltrinelli, solo che invece di editare libri producono mobili.  Quindi inevitabilmente, essendo realtà che devono anche funzionare economicamente, sono coinvolte altre professionalità, primi fra tutti gli artigiani. Mollino, il meraviglioso architetto di cui sono innamorata -era una persona libera di testa-, lasciava ampi margini a chi produceva  concretamente il mobile. Ma la vera domanda che mi frulla in testa ed il motivo dell’articolo è: dov’è l’arte? Se volessi fare un investimento dovrei puntare sul pezzo unico piuttosto che comprare design industriale mi condurrebbe alla scelta giusta? Perché l’arte per essere arte deve sganciarsi dal momento storico in cui è stata prodotta e continuare ad interpretare un emozione universale. E dunque anche chi compera dovrebbe avere una sensibilità capace di intercettarla, andare oltre al piace/non piace del momento in cui si vive

Penso all’intervento di Patrizia Moroso durante la conferenza stampa di presentazione della collezione Taba -sedute che richiamano la forma di ossa, e queste a loro volta, un gioco dei gaucho argentini da cui il nome- di Alfredo Häberli. Ha detto: ‘anche se avevamo dato un altro tipo di commissione, questo è un progetto che non si poteva non produrre’ ed Häberli aveva detto che amava creare oggetti per il contract (ristoranti, alberghi, caffè ecc) perché aveva la possibilità di farli interagire con più persone. Non ho scelto un buon esempio, sarebbe stato meglio scrivere della chaise longue di Le Corbusier, ma questo mi permette di mostrare l’infinità dì variabili che determinano una scelta di produrre o meno qualcosa. E poi  attaccarmi a questo pensiero: siamo sicuri che mentre la comunicazione grida all’esclusività il mondo non stia girando in un altra direzione? Pensate alla bottiglia di vetro della Coca Cola. Il brief dell’azienda era creare una bottiglia che potesse ricordare il prodotto anche a terra in mille pezzi. Leggevo che il primo ad averla ritratta è stato Dali nel 1913. 

Dall’altra parte i pezzi unici non garantiscono presenza d’arte: non basta proclamarsi artisti per produrre un opera che ferma il cuore. Chi può sapere di cosa ne sarà nel tempo di un qualunque pezzo d’arredo. Chi sa se continuerà a vestire un emozione o anche solo l’abbia mai interpretata. Dunque bisognerà comunque farsi guidare dal gusto.

Chiaro, un investimento richiede esclusività. C’era l’amica di una pr che aveva comperato tutti diritti di dei disegni di alcuni architetti e ne aveva fatto illustrazioni per blocchi o altro materiale da cartoleria. Non so credo, credo, non ci sia una ricetta, perché l’arte è dovunque e non si sa mai dove potrebbe nascerne di nuova. Elisabetta Guida