Ritratti

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Sembra che  siamo fatti per il 72% di acqua, il 12% di terra, 6% di aria, 4% di fuoco ed il restante 6% di Akash, la parola sanscrita per dire etere.
È la teoria del quinto elemento sostenuta anche dai presocratici, da Aristotele, Platone. L’unica in grado di spiegare come un miscuglio di terra, acqua, fuoco, aria possa generare la magia della vita. Ma a guardare i ritratti di Dominique Fortin viene da chiedersi cosa fa di noi, noi.

@DominiqueFortine/GalerieLeroyer

A cominciare da chi sostiene, come i neotomisti, che siamo il nostro corpo e dunque abbiamo gli occhi di un certo colore perché è nostra una certa caratteristica caratteriale. Lo stesso vale per capelli, pelle e tutta quella che possa essere la nostra materialità. (Sinceramente questa teoria è quello che mi sostiene nell’essere quasi gentile con chi assolutamente non sopporto. Uno zuccherino di carattere e la prossima vita si diventa Miss Universo? Chissà. ).
Altri, invece, credono che il corpo sia il mezzo attraverso il quale ci muoviamo nel mondo, una cosa con cui non identificarsi, perché noi siamo altro. Ed esattamente la stessa energia che condividiamo con ogni essere vivente del pianeta; alberi, animali, fiori. Bellissimo. (Nota a questa teoria: un giorno stavo sfogliando un libro d’arte e ho trovato un signore ritratto identico a Trump. Alle superiori sul mio pullman saliva un tipo uguale, uguale a  Shakespeare, giuro. Di queste stranezze si era accorta anche  Wislawa Zsymborska, la spiegazione della poetessa è che succede quando la natura che accusa un po’ di stanchezza, e allora ‘ripete le trovate precedenti’.)

Ma sia come sia, senza partire così alla lontana, cosa ci rende unici ed inconfondibili?
C’è chi ritene che ognuno di noi è un frammento di Dio/ dell’Universo, dunque siamo unici, insostituibili e perfetti. (Tesi che va un po’ troppo per assiomi.)
Altri come Aristotele sono convinti che la differenza la fanno gli accidenti, cioè le circostanze, che lui classifica in questo modo: quantità, qualità, relazione, il dove, il quando, la posizione, l’agire, il patire il giacere. Quindi è come se quello che pensiamo fosse solo un vestito che si mette o si toglie sulla base del tipo di cultura in cui siamo immersi . Però allora chi ha avuto vissuti identici dovrebbe essere lo stesso tipo di persona invece c’è sempre qualcosa di diverso che fa di quella persona, quella persona ed indipendentemente da tutto. Quindi potrei dire che è la libertà a fare la differenza, la possibilità di scelta. Però scelta è libertà sono parole che spalancano universi di domande. Cioè c’è sempre un prima, un’idea sottostante che non si riesce a definire.
Il concetto di identità  è vespaio.  

Se si considerare l’idea sociologica sarebbe l’idea che una persona ha di se’. Adelphi ha pubblicato un romanzo di Milan Kundera, che ha per titolo proprio la parola identità. Tutta la storia gira attorno ad un momento, quella frazione di secondo nella quale  non si riconosce più la persona che abbiamo davanti. E allora parte una girandola di paura, panico, senso di smarrimento. Il punto è l’idea di noi rispetto ‘a’. Ma io per identità intendo quella profondissima, le caratteristiche del nostro essere. E in definitiva chi lo sa?

In tutto questo, Dominique Fortin e i suoi meravigliosi ritratti.  Elisabetta Guida

Dietro l’articolo.
1- Dominique Fortin, www.galerieleroyer.com
2- Sincronia: mi sono imbattuta nel libro di Kundera ma ero indecisa se parlarne oppure no. Lui non so se mi piace, avevo letto ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’ anni e anni fa, ancora non facevo l’università e avevo catalogato l’autore come ‘buio’. Adesso ogni volta che mi ritrova davanti i suoi romanzi li scanso. Però era intitolato come il mio articolo e sulla copertina c’è uno dei miei fotografi preferiti: Erwin Blumenfeld. Segni!!!!