L’India (e il mondo) secondo Patricia Urquiola

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Graden Layer. La fotografia è una cortesia dell’ufficio stampa

Ci sono tanti modi di guardare il mondo, quello di Patricia Urquiola è la curiosità. L’altro giorno guardavo su YouTube una sua Lectio Magistralis all’Università di Chicago, raccontava di come tutti i giorni cerchi di uscire dalla Confort Zone. Credo sia questo l’elemento che più la rappresenta.

Il Tay Mahal. ©Dhirad, CC BY-SA 3.0, Attraverso Wikimedia Commons, (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=113235)

L’ho incrociata nei capannoni di Rho Fiera durante la Design Week e colpiva quanto fosse assolutamente semplice, sembrava appena uscita da studio.

Patricia Urquiola. La fotografia è una cortesia dell’ufficio stampa

E in una settimana in cui i designers sono paragonabili solo ai divi del cinema.  Eppure Patricia Urquiola è “la rarefazione”. E al di là dell’idea patinata che si possa avere del concetto. E’ più come se testa, cuore e sensazioni si fossero trasferite nella dimora di qualche Dio, e da lassù, pensasse e sentisse come se la bellezza fosse ripulita da tutto quello che è aspro e ruvido.Proprio questo è il modo ha di vedere e interpretare il mondo.

La fotografia è un cortesia dell’ufficio stampa

Magari sbaglio, ma è un pensiero che mi è apparso mentre guardavo la sua Swing Chair (una sedia a dondolo ripiegabile e pronta da mettere in borsa, da appendere ai rami di qualche albero appena si solleva un po’ di brezza), disegnata per il progetto Objets Nomades di Louis Vuitton. Era presentata in modo duro, quasi rude (almeno per me); sullo schienale avevano appoggiato una cuscino con la copertura in pelliccia, poi -di suo- il pezzetto di catena in oro. Invece a colpire lo sguardo era la leggerezza, cosa che mi ha fatto pensare a Jean Marie Massaud quando mi diceva che rarefazione è un concetto dai mille significati. E subito andare ai suoi Layer Garden, elementi d’arredo a metà tra un tappeto e una seduta.

La porta Buland Darvaza. ©A.Savin attraverso Wikimedia Commons- Wiki PhotoSpace, Opera Propria FAL. (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48852933

Cuscino della collezione Garden Layer. Ogni set è componibile a piacimento. La fotografia è una cortesia dell’ufficio stampa

Premetto, mi sono innamorata della verità secondo cui la forma di qualunque sedia o poltrona nel corso secoli è variata in base all’idea che l’uomo che aveva di se’ stesso e della bellezza. Perché tutto dipende dalla postura. E allora proseguendo di questo passo viene a cadere la distinzione tra naturale e costruito, chi ci vive da forma al mondo, ovunque e dovunque. Poi il fatto che i set Gan siano pensati per ambienti esterni, -terrazzi, giardini, barche- pone la questione della distinzione tra fuori e dentro e al ruolo della luce rispetto all’uso di colori, tessuti & elementi d’arredo. Layer Garden mi richiama le “Mille e una notte”.

La fotografia è una cortesia dell’ufficio stampa

Patricia Urquiola li ha disegnati ispirandosi all’architettura Moghul: un mix di elementi islamici, persiani e indiani che ha avuto il suo apice tra il XVI e il XVII secolo.  E per certi versi questi Garden Layers è la sua India. Dentro ci sono le sensazioni che danno il contrasto dell’arenaria rossa e il marmo bianco, le sale con il soffitto a cupola, le grate a chiusura delle finestre e via così.

A volte penso che se si potesse trasformare il design in una pasticceria e le percezioni che compongono la rarefazione di Patricia Urquiola in una torta a strati, sarebbe interessante, anche solo per saperne di più. Elisabetta Guida

Per saperne di più:

 

 

 

Un commento

  1. clara buoncristiani

    Quanto è vero! La curiosità muove le cose!

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