La grazia secondo Francesca Mo

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Una sera io e Francesca Mo ci eravamo incontrate per un aperitivo. Ero salita a casa e nella stanza accanto al salone avevo visto dei pezzi di corteccia asciugare perché stava sperimentando per la parte interna uno specchio, anzi una sostanza a specchio particolarissima.
Le ho chiesto cosa fossero e lei: “aaah, domenica sono andata a fare una passeggiata nel bosco con mio marito. Li ho visti sul sentiero, a terra, erano così belli, che li ho raccolti. Adesso voglio farne delle sculture.”
Ecco, I gioielli di Francesca Mo, sono questo, qualunque cosa disegni o progetti.

Qualche settimana c’ è  stata la presentazione da Subert della nuova collezione: “Twinkle”. Una  serie di anelli da indossare insieme che ricordano, nella loro differenza:  “Tales” con cui ognuno può comporre una storia ed “Elenita Ring” che trovo faccia molto  mano da 1400. Sberlusc invece è una cascata di luci, bisogna solo scegliere da quali farsi inondare.

Con loro c’erano tutte le altre sue meraviglie. Le spille fatte con i sassi, gli orecchini cube, le collane con i pezzetti di vetro che si trovano, al mare, sul bagnasciuga, i Diorama -i plastici del 1800- fatti con la sabbia colorata  ( ce n’è uno che  sembra raffigurare la terra vista dallo spazio, curioso sia stato realizzato con una tecnica antica; geniale come l’anello Diamond in silicone), ecc,ecc..

Verrebbe da scomodare la semplicità e dire che è la caratteristica di Francesca; ma può essere semplice la bellezza?

Non saprei e non scriverei in modo obiettivo, a me piace la complessità.
Detesto lo stile Rasoio di Occam (la spiegazione più semplice è quella corretta), o la leggenda del nodo gordiano ( un nodo intricatissimo rappresentava il simbolo del potere della discendenza del Re Gordio sulla Licia,  chi sarebbe riuscito a scioglierlo sarebbe divenuto imperatore della Licia. Alessandro Magno non riuscendovi, lo tagliò con la spada), li trovo piatti e noiosi: volgari (perché per me è questa la volgarità). Come se non tenesse conto delle migliaia di punti di vista di cui è fatta una verità o le mille sfaccettature della realtà e si imponesse l’ovvietà. Dare a Cesare, quello che è di Cesare, sembra non essere discutibile, se non si vuole rischiare di negare a un pensiero la possibilità di essere.

Personalmente nei gioielli di Francesca più che semplicità vedo la grazia, quella che spunta all’improvviso quando meno ce lo si aspetta; la perfezione della complessità. 

Certo lei è oltre l’idea di gioiello come valore monile del materiale usato – pietre, metalli-, oddio ci può anche essere (i suoi sono pezzi unici che fa anche su richiesta),  ma non è lo scopo. il vero valore è la misura della poesia di cui sono portatori. Non per niente hanno quel senso di eternità; come se fossero oggetti fuori da tempo.

In genere questo tipo di monile, viene definito “gioiello d’artista” e sul fatto che ancora molti oggi prediligano il prezioso classico, da su un vassoio d’argento la chance  -visti, per ora, i prezzi accessibili- di diventare collezionisti e chissà… magari tra qualche anno saranno battuti all’asta per migliaia di euro. Di sicuro Francesca Mo sarebbe un bell’inizio. Elisabetta Guida

I gioielli di Francesca Mo sono alla Galleria Subert, a Milano, in via della Spiga tutto l’anno, ma soprattutto prima di Natale dove molto si trova esposto.   www.subert.gallery/it , francescamogioielli.it