La famiglia, secondo Elliott Erwitt

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Ieri mattina il Mudec ha inaugurato “Elliott Erwitt. Family”: in mostra 60 immagini scelte personalmente dal fotografo americano. Ma l’emozione più grande è stata vedere in Conferenza Stampa  Elliot Erwitt in persona. Quasi come sapere che intorno a noi c’erano i dirigenti dell’agenzia fotografica Magnum. Anche se è stata più una riunione di famiglia.
Abbiamo scoperto che fino ai 10/11 anni -prima che le leggi razziali lo costringessero ad emigrare- il fotografo aveva vissuto proprio a Milano, dove ancora abita  “Minny”, una parte della famiglia a cui Elliott Ervitt è molto affezionato. A proposito, Biba Giacchetti, la curatrice della mostra ha promesso che appena la signora si sentirà meglio, organizzerà una serata di aneddoti. Non per niente è una mostra che discute di “famiglia”, di relazioni, e del concetto che ognuno ne ha, stretta, allargata, alternativa.

Ricordate le prime righe di Anna Karenina?  “Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.” Credo non ci sia da essere d’accordo, anche le famiglie felici lo sono a modo loro e gli scatti di Erwitt ne sono la prova. In merito, il fotografo sostiene che siamo la famiglia che scegliamo. E quella di Erwitt è davvero grande, visto che comprende anche le persone che ha immortalato. In conferenza stampa c’era Elena, la bambina che Elliott Erwitt ha fotografato, e pare sia merito suo se il fotografo, all’alba dei suoi 91 anni abbia sfidato la fatica di un volo intercontinentale e il jet lag, per tornare a Milano.

Sarà che la ragione di quello che fa comunicare, entrare in relazione con il mondo che lo circonda, capire, dire la propria. Allora il risultato è la bellezza.  Solo per dire, Biba Giacchetti ci ha raccontato come è nato lo scatto di una delle fotografie inserite nel calendario creato per la Lavazza nel 2010. In una frase fu il caso. Successe che durante una pausa andò a prendersi un caffè in bar vicino al set e dietro il bancone: lei, una bellissima signora in attesa di un bambino. Così “potente nella sua verità” che diventerà una pagina del calendario. Anche se in realtà, questo è l’effetto che mi danno tutte le fotografie di Elliott Erwitt. Sono… vere… le assocerei a lampadine che illuminano emozioni. E’ come se ci si trovasse di fronte ad una persona in carne ed ossa.

Così quando c’è stata la possibilità di porre qualche domanda ho chiesto:

“Come scatta? Prepara un set, coglie il momento…”

(Prendete per esempio nella fotografia del bambino con la Baguette, sulla strada c’era un sasso e quello rappresentava il punto esatto in cui il bimbo doveva girasi… eppure  a non saperlo sembra street photography… )

Elliott Erwitt: “non esiste una regola, e che bisogna sempre essere alla ricerca della fotografia perfetta. Non bisogna mai smettere di cercarla, perché può  apparire all’improvviso, anche mentre si sta facendo un servizio commerciale. Non bisogna mai smettere di guardare e scattare. A volte si fa qualcosa di buono, la maggior parte delle volte si pensa si avere fatto una bella fotografia e invece non va bene. Sostanzialmente si scatta,  a volte si mette a posto (ma non per travisare la realtà fotografata piuttosto per darle un valore comunicativo che possa essere letto da qualcun’altra) e poi si spera che vada bene. Al momento sto lavorando ad un libro su tutte le mie fotografie mancate”.

In tutto questo continuano a risuonarmi le parole di apertura del suo intervento, cioè questa sorta di “preoccupazione” di non avere vissuto invano. Ha ripetuto più di una volta “la fotografia non risolve i problemi”. Tuttavia il fatto che molte persone fossero interessate al suo lavoro lo rincuorava, significava che la sua vita ha avuto un senso. Mi ha fatto così strano questa cosa.
Credo che i problemi si risolvono con le idee: servono punti di vista differenti, alla fine è questo il valore della cultura. Penso a questa mostra, a come inciti a trovare un proprio baricentro, a tutte le persone che vivono profonde solitudini, a quanti sono stati immortalati in situazioni diverse da quelle convenzionali o  nel cliché… Insomma è come se dicesse che è più importante la soluzione del problema, al di là della plastica da cui siamo circondati, perché ognuno di noi è unico.

A sostenere la mostra, anche la Fondazione Deloitte rappresentata dal Dott. Gibello. Certo non solo loro, ma li cito perché sono quelli che mi sono piaciuti di più: hanno reso accessibile Pompei ai portatori di handicap.

Elisabetta Guida