Intrighi di parole. 1- Basterà una tecnologia?

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Figure disegnate nella grotta di Lescaux, l’ultima (di @pline CC By-3.0 via wikimedia commons)è una riproduzione esposta al Musèe d’Aquitaine di Bordeaux. Mentre l’iscrizione è quella di Wadi El Hol. L’autore della prima fotografia è @ProfSaxx

Siamo fatti di storie; basta pensare all’alfabeto.
Ogni lettera è il risultato di un susseguirsi di stilizzazioni, ciascuna  rappresenta un pittogramma, ma soprattutto racconta una storia. La “a” è il bue, la “b” la casa e siccome l’una esprime la fertilità, l’altra il focolare, insieme  sono la prima coppia che ha dato origine a tutto l’alfabeto.
Magico, che ognuna di loro formi parole usate per raccontare, ancora, altre storie. Viviamo in una rete di storie.
L’inizio fu l’alfabeto protosinaitico, il più antico conosciuto, e probabilmente, antenato degli alfabeti europei e di molti altri.
E se non fosse sufficiente, il significato delle parole è stato percepito nei corso dei secoli, in un modo diverso, a seconda della cultura in cui erano immerse. All’inizio, sapere il nome di qualcuno o qualcosa, era come se ci fosse stato svelato il segreto della realtà.
Si credeva che le parole custodissero l’essenza del reale.
Così, si arrivò a pensare, che sapere il nome di un nemico equivaleva a conoscerne i segreti e dunque riuscire a batterlo.


Ma con la  Grecia Antica prevalse un altro punto di vista, quello secondo cui  il linguaggio fosse il mezzo -e non il fine- per scoprire tutto quello che ci gira attorno.
Allora, il significato delle parole è diventato una convenzione. E successe, che ogni lingua avesse parole con spazi di significato diversi, o parole, che in altre non esistono. Prendete ‘azzurro’, francese ed inglese non hanno un equivalente; mentre, la parola ‘corridoio’ si trova uguale nei paesi anglosassoni.
Per non parlare della grammatica; curioso che gli inglesi non abbiano il futuro, usano ing (la continuità) e will (volere) mischiato all’infinito e alle forme del passato.
È come se una lingua, fosse l’impronta digitale di una popolazione.

In tutto questo, il primo studioso ad avere confrontato conoscenza e prodotto interno lordo fu Fritz Machlup negli anni cinquanta (nota).
Ma si sa , sapere è da sempre, una risorsa strategica.
Si potrebbe guardare alle guerre, ai contrasti sociali ed ai salti evolutivi da questo punto di vista? Chissà.
Di sicuro c’è lo studio di Harold Hinnis per cui a seconda che si usi come supporto la pietra, la carta, la stampa, il telegrafo ed il digitale,  cambia l’orientamento di una società.
Però è davvero così?
Voglio dire, basta una tecnologia perché cambi una condizione? Noi figli della rivoluzione digitale, di quali informazioni ci avvaliamo per prendere le migliori decisioni?


(Continua con ‘Intrighi di parole. 2- I media tradizionali, il web ed il medioevo”)
Se sapere è potere, ho cercato di capire in quale situazione versino i media tradizionali e l’atteggiamento della maggior parte delle persone verso il web.
Elisabetta Guida

Fonti:
– Diogene e la lanterna. Podcast, Spotify.
Newscientist ‘Code hidden in Stone Age art may be the root of human writing’, Alison George.
Smithsonian Magazine, who invented the alphabet?
Newscientist ‘who invented the alphabet? The untold story of a linguistic révolution’, Colin Barras.
LaComunicazione.it, Storia della comunicazione, Thomas Purayidathil.
– Wikipedia

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