Keith Haring a Milano, con “About Art”

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©ElisabettaGuida

21 febbraio 2017-
Ancora una volta, alla conferenza stampa di apertura di “About Art” -la mostra dedicata a Keith Haring a Palazzo Reale-   mi sono sentita su una pagina diversa rispetto a quella dov’erano gli organizzatori.

Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale, ieri in conferenza stamapa- ©ElisabettaGuida

Premessa: il perno attorno alla quale sono indagate le 110 opere dell’artista americano è la complessità o meglio: i suoi lavori in dialogo con le sue fonti d’ispirazione (Ci sono opere di Chagalle, Michelangelo ecc…) Interessante e meraviglioso. La mostra è davvero da vedere, a tratti bell-errima.

Ma:

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    per buona parte delle sale Haring arriva potentissimo,  l’aria era satura di emozione, bellezza, ci si sente connessi alla parte più profonda di sé stessi, in un momento ho avuto la sensazione che i  disegni di Haring confrontati ai bassorilievi classici fossero antichi come una pittura rupestre in una grotta preistorica.

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    Poi però succede, che invece di raggiungere il Nirvana, questo gioco di continui raffronti (penso alle ultime sale con il simbolismo delle civiltà precolombiane, con Picasso, con Bosh) fanno crollare tutto il castello. Voglio dire,

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    sono entrata a Palazzo Reale con la percezione della genialità di Haring

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    e sono uscita con il dubbio se davvero fosse così bravo. A un certo punto

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    ho perso la percezione del suo “segno” ed era come se visto il lavoro di un altro artista abbia voluto rifarlo a modo suo, senza però raggiungerne la grandezza, rimanendo nella marginalità. Insomma ripetitivo, ridondante, come se i curatori fossero smaniosi di mostrare quanto sapesse.

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    E qui mi ricollego alla conferenza stampa. Quello mi arrivato

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    è stata l’idea

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    secondo cui la storia dell’arte è il sentiero sulla quale l’artista deve

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    obbligatoriamente

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    incamminarsi per dichiararsi tale. Quasi si trattasse di un percorso di studi obbligato come quello per diventare avvocato o ingegnere. Come se la questione non fosse solo quella di imparare qualche tecnica, un linguaggio per farlo completamente proprio . Come se tutto dovesse essere incasellato – e a proposito dargli del graffitista è sbagliato ma non sminuente è un modo diverso d’esprimersi.

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    Nessuno si sognerebbe di considerare Banksy un artista di serie B-  Come se non si trattasse di riuscire a tirare fuori quel pezzetto d’infinito, quella briciola d’eternità che fa riconoscere chi lo guarda in un essere umano ancora più

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    dell’elica del Dna.

Certo il taglio è quello  d’indagare quelle che erano le sue fonti d’ispirazione. Però se si ordinassero tutti i significati che una parola racchiude in due poli opposti, non sempre quello che mi è arrivato è stato quello che mi sarei aspettata.

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Non so…. sarò io che sono una superficialona, o proprio non ho capito nulla; ma questa è stata la mia impressione.

Consiglio: Se andrete a vedere la mostra entrate senza audioguide, senza pensare di trovarsi davanti a un mito. -niente santini-, senza visite guidate, senza la spiegazione di qualche esperto d’arte. Scollegatevi dal mondo, come se varcato Palazzo Reale entraste in un altra dimensione. Lasciatevi guidare dalle citazioni di Haring. Perché alla fine quello insegnano queste persone è trovare sé stessi.  Elisabetta Guida

 

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