L’archeologia e l’immaginario di Frida Kahlo

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(c)elisabettaguida -divieto di ripubblicazione

1 febbraio 2018- Uno tra gli oratori più interessanti della conferenza stampa è stato Davide Domenici, antropologo  del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna e specialista di archeologia e storia americana indigena. I temi che ha trattato,  a fondamento della mostra collaterale “Il sogno degli antenati”, hanno permesso di capire la simbologia di Frida Kahlo, la cultura nella quale è nata è vissuta.

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Sarà che visse nel periodo post-rivoluzionario, ma considerava Messico davvero la sua casa. E al di là della “bella vita”. La sua occasione per entrare a fare parte del mondo che conta fu per prima la California poi qualche anno dopo Parigi ma alla fine tornava sempre a Casa Azul.

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Diceva che ai “Gringos” e a parte della “gente che conta” conosciuta a Parigi, non interessava quello che si è, ma quello che si ha. Così dopo un po’ che li frequentava sentiva bisogno della polvere e della luce del Messico.

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Frida Kahlo amava profondamente il suo paese, con Diego Rivera condivideva la passione per l’archeologia; tanto che collezionavano antichi manufatti. Per di più nei dipinti e nei disegni di Frida Kahlo molta era la simbologia Azteca. A proposito Davide Domenici aveva citato il cuore sanguinante, ma anche il rapporto con gli animali (per gli indigeni avevano la stessa essenza degli uomini). Oltre al fatto di trarre ispirazione dalle sollecitazioni, dalle istanze e dalle impronte culturali di quel passato. Valeva anche per  modo di vestire, perché per Frida il corpo era una tela, una superficie attraverso cui esprimersi.

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A questo punto, e in una mostra  che ha per scopo quello di raccontare l’artista nell’intimità, smitizzando, era essenziale ricostruire il suo ambiente e la sua estetica culturale. Così Dominici con Carolina Orsini, hanno creato con manufatti precolombiani di proprietà del Mudec, il percorso “Il sogno degli antenati”. Bella l’idea del trait-d-union delle due mostre, certo aiutata dalla struttura architettonica del museo, alcuni pezzi accompagnati dalle fotografie di Frida Kahlo e Diego Riveira, in un modo che fa pensare al foyer di un teatro. Elisabetta Guida

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